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L’ ulivo, (cultivar Taggiasca) il dominatore delle campagne imperiesi

L' ulivo

Chi conosce il territorio della provincia di Imperia sa che l’ulivo è il principale albero che occupa i terrazzamenti che dal mare si espandono nell’ entroterra.

rami dell' ulivo

Il merito diffusione di questa pianta si deve ad alcuni monaci Benedettini di San Colombano, provenienti dal Monastero di Lerino, che intorno all’ anno 1000 si insediarono in provincia di Imperia nella bassa valle Argentina, dove ora sorge il comune di Taggia che selezionarono una particolare varietà di ulivo che si adattava perfettamente al clima temperato, la bassa escursione termica e alle circa 3000 ore di sole, peculiarità di questo territorio. Dal terreno scosceso della Liguria vennero ricavate le “fasce” ( i caratteristici terrazzamenti), oggi tratto distintivo del nostro territorio e così l’ulivo cominciò a produrre l’olio ritenuto il migliore del mondo, La denominazione di questa cultivar è: Taggiasca, che ricorda appunto il luogo di provenienza di questa selezione.
Gli innesti di oliva taggiasca furono nei secoli diffusi in tutta Italia, sebbene la coltivazione maggiore sia sempre rimasta nella provincia di Imperia.

particolare della corteccia dell' ulivo

ramo di ulivo con i boccioli dei fiori

ulivo in fiore (hdr)

Il frutto è di forma ovoidale, dal colorito violaceo, piuttosto piccolo e dalla polpa morbida quando raggiunge il giusto stadio di maturazione. Benché sia ormai una delle qualità di oliva maggiormente impiegate per la produzione di olio extravergine, l’oliva taggiasca è molto consumata anche come oliva ‘da mensa’, cioè da mangiare intera, perché è molto gustosa.

olive mature

il risultato della frangitura delle olive: " il mosto"

L’olio che si estrae da questa oliva ha una colorazione giallo-giallo-verde, dall’odore di fruttato maturo e sapore anche fruttato con sensazione decisa di dolce (acidità massima totale espressa in acido oleico, in peso, non superiore a 0,5 grammi per 100 grammi di olio). Dal gennaio 1997 è stato istituita, per questa coltura, la denominazione di origine protetta legata a un olio extravergine di oliva detto “Riviera Ligure DOP“.

olive in salamoia

pane olio e olive in salamoia

le reti in terra con le olive

Durante il  periodo di raccolta dell’oliva inizia ad Ottobre e termina circa a Gennaio le campagne assumono vivaci ed innaturali colori dovuti alla stesura delle reti, ampie stuoie di rete a maglia fitta, che permettono la raccolta dei frutti che cadono in modo naturale prima del periodo della abbacchiatura, ossia il tradizionale metodo di sbattitura delle fronde cariche di frutti tramite lunghe pertiche di legno oppure tramite i più moderni utensili meccanici che riducono lo sforzo umano e la sofferenza delle piante.

olive mature per l'abbacchiatura

reti sospese sulla strada per la raccolta delle olive

il momento della raccolta delle olive

l'olio extravergine

l'olio extravergine imbottigliato

ottimo metodo per assaggiare l'olio extravergine d'oliva: un crostino di pane

un'ottima maturazione dell'oliva

Certo che, per ottenere delle sane e ricche olive capaci di fornire un ottimo olio, l’ulivo ha bisogno di cure in particolar modo contro alcune malattie, in particolare:

tronco di ulivo avvolto da pianta parassita

la più diffusa e temuta: la mosca olearia(Bactrocera oleae) che depone le uova nell’oliva, lasciando una depressione a contorno triangolare. Le larve poi scavano delle gallerie all’interno del frutto. In queste gallerie si sviluppano funghi e batteri che causano marciumi che fanno cadere le drupe per terra. Qualora non cadessero, le caratteristiche dell’oliva peggiorano comunque sensibilmente.

La mosca dell' ulivo (Bactrocera oleae)

il cancro che attacca il tronco della pianta (proprio come il cancro dell’uomo): non esistono cure (come invece per le altre malattie che si possono curare con trattamenti chimici) l’unica soluzione è l’eliminazione fisica della parte malata fatta con uno strumento che ha una piccola accetta da una parte ed un “cucchiaio” dall’altra per meglio potersi inserire i ogni punto della pianta. Il lavoro deve essere fatto con precisione certosina e ci si deve fermare non appena si arriva alla parte ancora viva dell’ olivo

i segni lasciati dalla carie o lupa sul tronco dell' ulivo(Formes fulvus oleae)

Cotonello (Euphyllura olivina)

la rogna dovuta al Pseudomonas syringeae var. savastanoi che causa delle bolle sulla superficie della pianta. Un tempo si diceva che la rogna era dovuta al troppo vigore della pianta dovuta ad una concimazione eccessiva. Adesso invece si è scoperto che le bolle sono altamente infette e si consiglia di sterilizzare gli strumenti che sono stati utilizzati per la potatura di una pianta prima di passare ad un’altra o si rischia di trasmettere la malattia.

i segni della rogna (Pseudomonas syringeae) su di un ramo di ulivo

 

olive

olive dopo l'abbacchiatura

olive

Il legno di olivo, si può lavorare molto bene e permette la realizzazione di numerosissimi oggetti pregiati e apprezzati per la bellezza conferitagli dall’aspetto particolare, giallastro con venature nere. A seconda dell’età della pianta, della specie e dell’area di provenienza presenta caratteristiche e aspetto lievemente differenti in compattezza, nell’intensità del colore o delle venature.

posacenere in legno d' ulivo

Il legno dell’olivo, nelle lavorazioni, si presenta compatto, duro, resistente alle abrasioni e che ben sopporta l’umidità; la maestria degli artigiani che utilizzano tecniche tradizionali, riesce a realizzare meravigliosi oggetti pregiati e apprezzati. In numerose botteghe infatti si possono toccare con mano tutti gli oggetti morbidi e molto levigati, che nascono dalle sapienti mani degli esperti: numerosi sono gli oggetti intagliati per la casa, tutti perfetti, tutti meravigliosi, anche come oggetti di arredo, e rigorosamente lavorati a mano: taglieri, oliere, saliere, mestoli, posate, ciotole, portatovaglioli. L’oggetto in puro legno d’olivo sprigiona un profumo intenso che difficilmente si può confondere.

oliera in legno d' ulivo

...oltre alle olive, all'olio l' ulivo ci fornisce ottima legna da ardere

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Gocce d’acqua

Accompagnato dalle note del preludio op.28 n.15 di Chopin ho realizzato questa serie di scatti ad alcune gocce d’acqua. Perchè ho scelto questo brano? Ecco il motivo: questo brano viene anche chiamato “La goccia d’acqua” perchè è caratterizzato da una nota, quel “Lab” ostinato che si presenta in tutto il brano, che ora è un “Lab”, e poi un “Sol#” (che enarmonicamente sono la stessa nota) e questo continuo ribattere del “Lab” ricorda appunto il cadere di una “goccia d’acqua“. Buon ascolto e buona visione!

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Lo scoglio della Galeazza

Lo scoglio della Galeazza

Il foto-reportage di oggi è dedicato alla Galeazza, una delle spiagge di Oneglia chiamata così, dal nome di un grande scoglio triangolare affiorante dall’acqua che ricorda la vela latina delle galee, le tipiche imbarcazioni dei pirati.

Lo scoglio della Galeazza

Lo scopo di questa tappa era quello di porte ammirare lo splendido spettacolo del sorgere del Sole, così alle 6 e 20 ero già sulla spiaggia.

il mare della Galeazza

Non avrei potuto scegliere una giornata migliore di questa, il cielo completamente terso e il mare? Una tavola, “bonaccia”, così mi sono potuto posizionare a a pelo d’acqua per fare qualche scatto.

Lo scoglio della Galeazza ripreso a pelo d'acqua

Scoglio della Galeazza

il panorama dallo scoglio della Galeazza alle 6 e 30

Spiaggia della Galeazza


Spiaggia della Galeazza

Scoglio della Galeazza, il cielo comincia a cambiare colore

ore 6 e 50 la battigia della spiaggia della Galeazza

... dietro la Galezza l'atmosfera comincia a riscaldarsi

...anche lo scoglio della Galeazza assume colori surreali

Lo scoglio della Galeazza, il cielo con colori ancora più accesi

… alle 7 e 13 ecco che inizia lo spettacolo!

... inizia lo spettacolo, alla Galeazza qualcun

... ecco lo spettacolo che si gode stando seduti sugli scogli della Galeazza

Galeazza ... rosso fuoco

l'alba

Lo scoglio della Galeazza e il sole nascente

Silohuette dello scoglio della Galeazza

intorno alla Galeazza il cielo è un arcobaleno di colori

La spiaggia della Galeazza all' alba

La Galeazza

Imperia cambia colore...

Il sole alto illumina lo scoglio della Galeazza

Lo scoglio della Galeazza


7 e 50 …è giunta l’ora di partire… dopo aver assistito a questo splendido spettacolo della Natura trascorrerò la giornata con uno spirito migliore.

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Seborga

Seborga

Seborga, il posto di guardia all' ingresso del Principato

Seborga è un piccolo agglomerato di casette popolate da meno di 400 abitanti, adagiato nell’entroterra tra Ospedaletti e Bordighera e distante 46 km dal capoluogo. L’atmosfera che si respira è quella tipica dei villaggi antichi, infatti Seborga affonda le radici ancora prima del X secolo. Dal 954 Seborga (“Castrum Sepulcri”) compare ufficialmente nella storia dell’atto di donazione che Guido, Conte di Ventimiglia, ne fece ai Monaci benedettini del Monastero di Lerins (Francia).

Seborga, "sub lege et imperio princepis sepulcri monasteri Lerinensis"

Dal 1666 al 1687 i Monaci, il cui Abate Priore aveva il titolo di Principe ecclesiale, stabilirono nel paese una residenza, con annessa zecca nella quale fecero coniare monete d’argento a valore legale.

Seborga,il palazzo dei Monaci e sede della Zecca con gli archi a tutto sesto che circondano la piazza San Martino,

Seborga, lo stemma sul palazzo dei Monaci

Seborga, fontana del palazzo dei Monaci

Nel 1729 i Benedettini vendettero il feudo di Seborga ai duca di Savoia, ed esso ne seguì le sorti dapprima entrando a far parte del regno di Sardegna, poi di quello di Italia e infine, nel 1946, della Repubblica italiana. Nel 1993 la popolazione del paese elesse democraticamente un suo “Principe” per perpetuarne l’antica, storica nobiltà, così che Seborga è l’unico paese in Italia che, accanto al Sindaco, ha anche un “Principe”.

Seborga, i colori del Principato

All’entrata del paese si trova un piccolo oratorio del XIII secolo dedicato a San Bernardo, co-patrono di Seborga.

Seborga, oratorio di San Bernardo

Seborga, affresco in via Antonio Miranda

Proseguendo verso il centro storico arriviamo in piazza della Libertà e ci inoltriamo nel nucleo del borgo imboccando via A. Maccario.

 Ogni piccola traversa merita una visita, Vicolo Chiuso o, come riporta la targa in ardesia, “ingresso all’ antico castello” è una di queste ed è la prima sulla sinistra che incontriamo, uno stretto carùggio che a sua volta si divide in altrettanto stretti vicoli.

Seborga, Vicolo Chiuso

Seborga, Via Carrugio

Seborga, La Grotta

Seborga, Antico Castello

Seborga, Vicolo Chiuso

Seborga, passaggio tra l'Antico Castello e via della Zecca

Seborga, via della Zecca: accesso all'Antico Castello

Tornando in via Maccario, proseguendo verso il centro,  arriviamo alla porta San Martino

Seborga, Porta San Martino

Seborga, piazza San Martino

Nella piazza centrale si erge la Chiesa di San Martino, eretta tra il XVI e il XVII secolo, la struttura ha una facciata barocca restaurata di recente e un interno di dimensioni modeste, dotato di tre altari e opere d’arte pregevoli. Al di fuori della chiesa, a cingere il sagrato, ci sono gli eleganti archi a tutto sesto e l’ingresso al palazzo dei monaci, utilizzato come residenza durante i loro soggiorni.

Seborga, chiesa parrocchiale di San Martino

Seborga, affresco sulla facciata della chiesa parrocchiale

Seborga, l'interno della chiesa di San Martino

Seborga, statua di San Martino

Seborga, statua di San Sebastiano

Dopo aver visitato la chiesa proseguiamo, mantenendo al sinistra, attraversando la Porta San Sebastiano

Seborga, Porta San Sebastiano

arriviamo in Via della Zecca dove troviamo il Municipio dove è situata l‘Esposizione Permanente Strumenti Musicali. L’esposizione comprende 135 pregiati strumenti musicali di varie epoche dal 1744 al 1930, suddivisi fra aerofoni (strumenti il cui suono è creato da una colonna d’aria,come il clarinetto),cordofoni (il cui suono è dato dal vibrare di una o più corde,come il violino) idiofoni (il cui suono è dato dal vibrare dello strumento stesso,come il campanello), membranofoni (in cui il suono si ottiene percuotendo una membrana,come il tamburo) e strumenti meccanici (come il fonografo).

Seborga, Via della Zecca: a sinistra la Porta del Sole in fondo la Porta San Sebastiano

Seborga, affreschi sulla Porta del Sole

Rientrando nel borgo attraverso la Porta Del Sole percorriamo via Verdi;

Seborga, tipici archi di rinforzo delle abitazioni in via Verdi

Seborga, affresco in via Verdi raffigurante le prigioni

qui troviamo l’ingresso alle Antiche Prigioni e il  Corpo di Guardia,

Seborga, ingresso alle prigioni

Seborga, antiche prigioni

una sosta all’Osteria del Coniglio e infine ritorno in via Maccario

Seborga, incrocio fra via Verdi e via Maccario

oppure, attraverso Vicolo Passo  Stretto

Seborga, Vicolo Passo Stretto

torniamo in piazza san Martino così, riattraversando la porta San Sebastiano

Seborga, Porta San Sebastiano

andiamo a completare la nostra visita percorrendo quella che una volta veniva chiamata “Derè u parmarueu” ossia Via G. Matteotti

Seborga, "Derè u parmarueu"

Seborga, angolo fra Via della Zecca e Via Matteotti

Seborga, Derè u Parmarueu

Seborga, via Matteotti

che è la strada che ci riporterà in piazza della Libertà  dove non dimentichiamo di acquistare qualche piccolo souvenir prima di ripartire.

Seborga, il conio di Giorgio I

Seborga, la moneta del Principato

Seborga, incontri nei vicoli

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Porto Maurizio, visita al Parasio

Porto Maurizio visto dalla strada di Poggi
Porto Maurizio, panorama

Il foto-reportage di oggi è stato realizzato a Porto Maurizio nel suo vecchio nucleo storico arroccato sul promontorio e denominato Parasio in dialetto Paràxiu (dal Palatium, un antico torrione quadrato usato come fortezza e come carcere – al suo posto, sulla sommità del promontorio, c’è ora una piazzetta alberata).

Porto Maurizio, tipici palazzi

Il quartiere, ancora oggi quasi completamente pedonale e con i caratteristici carùggi(vicoli) che intrecciano la strada principale che sale a spirale fino alla cima,

Porto Maurizio, via Porta Martina
Porto Maurizio, via San Leonardo
Porto Maurizio un tipico carùggio

era cinto di mura, dal medioevo in avanti abbattute e ricostruite più esternamente per poter difendere e contenere l’abitato in crescita e poterle adeguare alle diverse tecniche militari.

Porto Maurizio, camminando nei carùggi del Parasio

In particolare, il tessuto urbano è costituito da ellissi concentriche che seguono le curve di livello del terreno, collegate da scalinate trasversali secondo un impianto urbano a schema tipicamente strategico-difensivo.

Porto Maurizio, Portello delle Chiàzzore
Porto Maurizio, archivolto della Tina
Porto Maurizio, archivolto della Tina

In esso nel XVII e nel XVIII secolo si sono armonicamente inseriti, fondendo due o più costruzioni medievali, palazzotti e palazzi alla cui semplicità esterna fa riscontro una ricchezza non comune dell’interno, ribadita soprattutto da preziosi atri – scala visibilmente mediati da quelli più celebri di Genova.

Porto Maurizio, i palazzi di via San Leonardo
Porto Maurizio, Il portone d’ingresso di uno dei numerosi palazzi storici del Parasio

Per molti di questi edifici di interesse storico e architettonico, come Palazzo Bensa e Palazzo Littardi, palazzo Acquarone.

Porto Maurizio, palazzo Acquarone
Porto Maurizio, particolari decorazioni
Porto Maurizio, ingressi con architravi in ardesia con incisioni religiose

Fino all’Ottocento la densità degli edifici era ben maggiore di adesso: quasi tutti gli spazi aperti che si possono osservare oggi erano occupati da costruzioni poi abbattute per vari motivi (principalmente perché malsane e pericolanti), ad esempio il torrione detto Parasio, il vicino Oratorio della Buona Morte, l’antico Duomo barocco che sorgeva in uno dei punti più alti, un complesso di costruzioni pubbliche adibite a mercato coperto (i Maxelli) ed un edificio adibito a teatro, oggi del tutto scomparsi. C’erano addirittura vie pensili, che in certi punti (come nella zona dei Macelli, oggi ridotta ad un terrapieno a tre stretti livelli) formavano un vero e proprio intrico, anche considerando i molti archetti di collegamento fra le case, eretti con scopi di irrobustimento ma anche per permettere la fuga in caso di pericolo.

Porto Maurizio,passaggi sopraelevati fra i carùggi
Porto Maurizio, via Zara

Molti di questi archi, tipicamente liguri, sono ancora visibili oggi.

Porto Maurizio, archi di sostegno

Dopo la rivoluzione francese e la fine del lungo periodo passato sotto la Repubblica di Genova, le mura, divenute inutili, furono quasi completamente abbattute e sulla spianata di uno dei baluardi della cerchia più esterna (quello della Nunziata) fu costruito il nuovo Duomo di san Maurizio, per sostituire quello più antico, divenuto angusto e pericolante. Il luogo in cui edificarlo pare sia stato indicato proprio da San Leonardo in persona, nel corso di una celebre predica ai concittadini del 1743. Nel punto in cui fu tenuta quella predica fu eretta nel 1967 una sua statua di bronzo.

Porto Maurizio, statua di San Leonardo

Il duomo venne edificato su progetto di Gaetano Cantoni a partire dal 1781 e terminato nel 1838. Fu costruito secondo canoni di sfarzo e maestosità a testimonianza delle ricchezze della Repubblica marinara di Genova e di Porto Maurizio. La facciata è costituita da un portico ad otto colonne ed ai due lati si innalzano due campanili gemelli anche se le campane sono solo all’interno del campanile di sinistra.

Porto Maurizio, il Duomo di San Maurizio di notte
Porto Maurizio, meridiana della Basilica di San Maurizio
Porto Maurizio, arcobaleno sul Duomo
Porto Maurizio, la cupola del Duomo

La cupola principale(con lanterna) è preceduta da una cupola secondaria (senza lanterna), ci sono poi altre sei cupole più piccole a copertura della navate laterali, nella quali troviamo 10 altari minori.

Porto Maurizio, la basilica di San Maurizio

Internamente è a pianta centrale suddiviso in tre navate. Le rifiniture con stucchi ad imitazione del marmo bianco ricordano le chiese dell’antica Roma.

Porto Maurizio, interno del Duomo: la cupola
Porto Maurizio, altare del Duomo

Troviamo un gran numero di opere pittoriche e statuarie che risalgono alla seconda metà dell’ottocento. Ricordiamo tra queste: la statua di “San Maurizio” di Carlo Finelli e due dipinti di Cesare Viazzi, “la cacciata dal Paradiso terrestre” e “Caino ed Abele”. Il pulpito è quello del precedente duomo trasferito al momento della demolizione della vecchia Chiesa. È la più grande chiesa di tutta la Liguria: le sue dimensioni esterne sono infatti di circa 70 × 42 m (82 m la lunghezza compresa la scalinata frontale), per una superficie totale di circa 3000 m². I campanili sono alti circa 36 m e la sommità della lanterna della cupola principale circa 48 m. Le dimensioni interne sono 69 × 35 m; la cupola principale è alta 33 m, quella secondaria 23 m.

Oltre al maestoso duomo di San Maurizio, camminando per le vie del Parasio, incontriamo altri luoghi di culto, la piccola chiesa di San Leonardo da Porto Maurizio (oggi Santo Patrono della città di Imperia) e sua casa natale, è uno di questi.

Porto Maurizio, il portale della chiesa di San Leonardo

Vi sono contenuti suoi oggetti personali (libri sacri, il saio, il cilicio) ed il calco funebre del volto. All’interno, un altare di Giovanni Battista Casella (1667) con marmo fior di pesco e tele di Gregorio De Ferrari (il suo capolavoro L’Addolorata e le anime purganti) e Sebastiano Conca (Morte di San Giuseppe).

Poco distante dalla chiesa di San Leonardo incontriamo la Chiesa barocca di Santa Chiara, facente parte di un convento di monache di clausura (tuttora esistente). Vi sono conservate S. Domenico Soriano e Madonna di Domenico Fiasella e Madonna col Bambino e Santa Caterina del Conca. Il piccolo campanile ha una curiosa cupoletta con sezione triangolare.

Porto Maurizio, il campanile della chiesa di Santa Chiara

Annesso al convento è uno splendido loggiato, che domina il mare dall’alto del Parasio ed incorpora un’antica torre di avvistamento contro i pirati.

Porto Maurizio, torrione inglobato nelle logge
Porto Maurizio, sotto il loggiato di Santa Chiara
Porto Maurizio, il panorama che si gode dalle Logge di Santa Chiara
Porto Maurizio, le Logge di Santa Chiara
Porto Maurizio, le finestre del convento di Santa Chiara
Porto Maurizio, salita San Pietro

Proseguendo il cammino arriviamo in una piccola piazzetta dove sorge l’ Oratorio di San Pietro in stile barocco, con un piccolo campanile triangolare posto su un’antica torre cilindrica di avvistamento, un tempo usata anche come mulino a vento, al Parasio.

Porto Maurizio, il campanile dell’oratorio di San Pietro

La costruzione, settecentesca, è legata ad una confraternita di antichi mercanti che, grazie ai loro mezzi, vi intervennero più volte. L’interno fu affrescato da Tommaso Maurizio Carrega e conserva due crocefissi quattrocenteschi di cui uno catalano e l’altro detto Il Cristo nero, celato dietro l’altare ) ed alcuni rarissimi “cartelami”, grandi cartoni dipinti a tema sacro con figure a grandezza naturale, usati nelle rappresentazioni sacre del Seicento.

Porto Maurizio, l’oratorio di San Pietro
Porto Maurizio, resti dell’ altare del Cristo Nero
Porto Maurizio, via Parasio
Porto Maurizio, edicola votiva presso la Salita Chiesavecchia
Porto Maurizio, lapide che ricorda il luogo di nascita del premio Nobel Giulio Natta
Porto Maurizio,”San Maurizio proteggi questa città”

La gita al borgo Parasio è teminata! Tutto ciò che è stato documentato con fotografie e descrizioni è solo una piccola parte di ciò che offre questo angolo di Imperia.

Altri suggestivi borghi di Porto Maurizio sono: borgo Foce, la Fondura, il Prino e Borgo Marina

Per ulteriori informazioni, approfondimenti alcuni link: Wikipedia, ItaliaNostra

Porto Maurizio, tramonto dietro il promontorio del Parasio

Porto Maurizio, la luna sul Parasio
Porto Maurizio, panorama notturno della città
Porto Maurizio, il monumento ai naviganti di Capo Horn a borgo Marina
Porto Maurizio, l’Orologio di Via Cascione all’ingresso del borgo Fondura
Porto Maurizio, il promontorio visto da San Lorenzo al Mare
Porto Maurizio, panorama notturno visto da Est

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Biglie (still-life)

Biglie, un gioco d'altri tempi

Biglie, un gioco d'altri tempi

La biglia, una semplice sfera di vetro

Biglie e i loro brillanti riflessi

Biglie e i loro brillanti riflessi

Biglia... occhio di vetro

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Calderara

Calderara, panorama del borgo

Calderara è una piccola frazione di Pieve di Teco situata a 425 m s.l.m all’imbocco della vallata che attraverso il Colle di S. Bartolomeo, porta nell’imperiese. Dista da Pieve di teco circa 5 km.
Di origine molto antica deve verosimilmente la propria origine e collocazione al fatto di essere stata in passato una delle porte di controllo di quell’accesso al mare.

Il suo rilevante patrimonio artistico è dato dalla Madonna della Neve, chiesa ottagonale settecentesca con protiro aggiunto, posta in vicinanza del paese

Calderara, chiesa della Madonna della Neve

 e, soprattutto, dall’antichissima chiesa di S. Giorgio Vecchio , alta sulla costa, con il suo svettante campanile (aggiunto posteriormente, forse quattrocentesco).

Calderara, chiesa di San Giorgio Vecchio

 Quest’ultima, affiancata dal cimitero ( come da antico costume) è di verosimile origine altomedioevale, con due navatelle separate da arcaici pilastri ad arco acuto, copertura a ordito ligneo e lastre di ardesia, con mensoloni interni che sorreggono archi lobati, e con residui di antichi di antichi affreschi e pitture, tra cui la caratteristica decorazione a fasce bianche e nere che si ritrova altrove nella valle (Madonna della Ripa a Pieve, Madonna di Rezzo,…).Al di sotto dell’alto campanile attuale, si indovinano le tracce base della base di quello originale.

Calderara, la chiesa di San Giorgio Vecchio con il cimitero annesso e in lontananza il paese

 

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Cervo, uno dei borghi più belli d’Italia

Cervo, vista del borgo dalle dighe foranee

Distante da Imperia circa 10 km, Cervo sorge sulle pendici delle colline di fronte al mare; il paese è stato completamente ristrutturato salvaguardando le caratteristiche originarie del borgo, da anni certificato tra “I Borghi più Belli d’Italia”, ha conservato intatte le sue originalissime caratteristiche di borgo medievale sul mare, protetto da torri e mura cinquecentesche e circondato da verdi colline.

Cervo, via Circonvallazione a Levante

Cervo Porta Canarda

Inconfondibile e maestosa è la chiesa barocca di San Giovanni Battista, detta “dei Corallini” perché edificata con i proventi delle compagnie di pescatori che esercitavano, la pesca del corallo nei mari di Corsica e Sardegna. In realtà, le offerte per la fabbrica arrivarono da tutti gli abitanti – pescatori e marinai, armatori, possidenti, commercianti di olio, artigiani – che contribuirono anche a trasportare quassù dalla spiaggia, a spalla d’uomo, le opere d’arte e i preziosi marmi giunti via mare. L’originale facciata concava del tempio domina un ampio braccio di mare con straordinario effetto scenografico e la sera il suo campanile sembra un faro che indica l’approdo ai naviganti.

Cervo, Chiesa parrocchiale dei Corallini intitolata a San Giovanni Battista

Cervo, l'interno della chiesa dei Corallini

La chiesa fu iniziata nel 1686 e conclusa nel 1734 dal figlio dell’architetto Giobatta Marvaldi, l’autore del progetto, morto nel 1706 a lavori in corso. Trent’anni (1758-1778) è invece durata la costruzione dell’elegante campanile, disegnato dal pittore Francesco Carrega. Entrati in chiesa, una scritta in latino ricorda: “Dal mare assunta / sorsi su questa punta”. I corallini hanno fatto le cose in grande: sono splendidi l’altare maggiore del Pittaluga, con il suo tabernacolo di scuola lombarda dell’inizio sec. XVI e il pulpito in marmo bianco con bassorilievo della Pietà (sec. XVI), l’intaglio del coro ligneo dietro l’altar maggiore, gli affreschi sul coro del Carrega, e il crocifisso ligneo sopra l’altar maggiore, un capolavoro intagliato e scolpito del Maragliano.

Il centro storico è praticabile solo a piedi ed è stato conservato con i suoi edifici, vecchi di secoli, e i suoi vicoletti ciottolati dove si trovano botteghe di artigiani ed artisti.

Cervo, per le vie del borgo

Cervo, piazza Serafino e Nino Alassio

Cervo, le vie del borgo

Il litorale è caratterizzato dalla presenza di piccoli stabilimenti balneari; per il resto, arenili e scogliere sono liberi e discreti e non ci si sente altra voce che quella del mare. E l’acqua è sempre limpida, con fondali ricchi di alghe e pesci.

Cervo, spiaggia Marina delle Reti

I colori del mare di Cervo

Cervo, la spiaggia dei Corallini in inverno

Cervo, il mare limpido

A monte del paese, attorno a ruderi di epoche passate, le colline sono ricche di boschi di pini e uliveti, percorse da sentieri silenziosi dove si respira aria pulita.
Su un piccolo poggio leggermente decentrato rispetto al borgo antico sorge la Chiesa di San Nicola, a pianta ottagonale, l’antica e prima parrocchiale, dedicata originariamente a San Giorgio di Cappadocia, santo orientale il cui culto era stato appreso dai marinai cervesi in Oriente, durante le Crociate. Costruita in stile romanico, molto probabilmente sulle rovine di un antico tempio pagano, è stata più volte modificata nel corso dei secoli. Abbandonata verso la metà del Quattrocento perché troppo esposta alle scorrerie saracene, fu restaurata dai Frati Agostiniani della Consolata di Genova all’inizio del Seicento. L’attuale aspetto barocco è però dovuto alla progettazione degli architetti Gio Batta e Giacomo Marvaldi, che lavorarono alla chiesa tra il 1690 e il 1725. Solo nel 1863, infine, si trova notizia dell’intitolazione a San Nicola da Tolentino, la cui statua venne posizionata in una nicchia aperta sulla facciata alla fine del XIX secolo.

Cervo Chiesa di San Nicola

Secondo alcune fonti storiche locali il toponimo Cervo deriverebbe dalla parola latina Servo, ossia offrire servizi, già presente su alcune insegne o tavole risalenti all’Impero romano. L’attuale denominazione si ebbe nel tardo Cinquecento con il passaggio dalla lingua latina al volgare. A seguito della conquista della Liguria nel 181 a.C. da parte delle legioni romane, il primitivo borgo di Cervo diviene un’importante centro grazie alla sua posizione elevata e dalla presenza di alcune sorgenti. Intorno al 950 il castrum di Cervi divenne feudo dei marchesi di Clavesana e nel secolo successivo (XI secolo) racchiuso da imponenti mura.

Cervo, castello Clavesana

Nel 1204 si proclamò libero comune sottoponendosi alla protezione della Repubblica di Genova e proprio quest’ultima assegnò nel 1330 il feudo ai Cavalieri di Malta. L’anno seguente gli stessi cavalieri vendono il borgo al marchese Lazzaro Doria. La proprietà verrà in seguito conquistata dal marchese Enrico Del Carretto, discendente della famiglia Clavesana,

Cervo, piazza Santa Caterina, un angolo del castello Clavesana

e soltanto nel 1384 il feudo ritornerà ad essere dominio della repubblica genovese. Sì costituì pertanto una salda alleanza tra la popolazione e Genova, tanto che nel 1425 i Genovesi concedono a Cervo il diritto di eleggere propri podestà locali. Subì nel XVI secolo come altri comuni liguri improvvisi sbarchi dei pirati saraceni, attratti dai notevoli traffici commerciali cervesi del corallo. I pescatori cervesi si erano infatti specializzati in questo tipo di attività. Il corallo veniva pescato nei mari della Corsica e della Sardegna e da Cervo veniva riesportato per la lavorazione, che avveniva soprattutto a Genova e Livorno.Nel 1815 verrà inglobato nel Regno di Sardegna, così come stabilirà il Congresso di Vienna del 1814 anche per gli altri comuni della Repubblica Ligure, e successivamente nel Regno d’Italia dal 1861.

Cervo castello Clavesana, accesso al museo etnografico

Cervo, la spiaggia del Pilone in inverno

Cervo porta Santa Caterina

Cervo, inverno, barca in secca

Cervo, approdo de Corallini in inverno

Cervo, il Pilone

Cervo, talmente particolare da essere scelto come location per l’inizio del film Stalingrad!

 

Ulteriori notizie e info nel sito: comune di Cervo

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Lucinasco,una gita nel verde alla scoperta di antichi monumenti

Lucinasco, panorama

Lucinasco è un piccolo borgo della provincia di Imperia, distante dal capoluogo circa 18km, adagiato su un crinale a m. 499 di altitudine, da cui si aprono belle vedute delle valli di Oneglia e del Maro sfumate dall’argento degli olivi. Nel cuore del paese oltre alla  Chiesa parrocchiale, del 1688, si trovano i resti di un castello feudale (sec. XII°). La nostra meta, la Chiesa Monumentale della Maddalena dista circa un chilometro a ovest. Per raggiungerla si seguono le indicazioni per Vasia, dopo poche centinaia di metri si giunge al lago di Santo Stefano che prende il nome dall’antica chiesa parrocchiale intitolata a Santo Stefano (sec. XVIII),

Lucinasco, il lago di Santo Stefano (hdr)

Lucinasco, Chiesa di Santo Stefano

si oltrepassa questo delizioso luogo dopo circa 700 metri si arriva alla meta in un bosco di querce e castagni che, in ogni stagione, si tinge di magnifici colori.

Il Santuario di Santa Maria Maddalena, eretto in stile romanico nel XV secolo (la costruzione inizia il 15 maggio 1451) è stato dichiarato oggi monumento nazionale. Titolo di origine provenzale per l’influenza delle compagnie dei disciplinanti che da Lucinasco, il Giovedì Santo, si recavano processionalmente alla chiesa della Maddalena per adorarvi il Sepolcro. Il santuario ha una bella facciata decorata. La struttura è caratterizzata da un portone ogivale sormontato da un rosone,

Lucinasco, Santuario della Maddalena, la facciata

oltre che decorazioni con archetti e un’abside quadrangolare affiancato da due absidi semicircolari. L’interno, a tre navate sorrette da colonne e da ampi archi a sesto acuto è molto suggestivo,

Lucinasco, Santuario della Maddalena, interno

con le sue ampie campature pausate dalle colonne in pietra. La luce filtra dalle strette finestre, si insinua fra le partiture architettoniche e definisce gli elementi decorativi a rilievo. Brandelli di colore spiccano sulle arcate che introducono al presbiterio, quali elementi decorativi collocati durante il XVI secolo, legati alla maniera di Giovanni Cambiaso. Dietro l’altare maggiore, barocco, si nota la grata che dà accesso agli scavi archeologici, capaci di rilevare l’esistenza di una precedente costruzione. La chiesa è spoglia dei suoi arredi, conservati per motivi di sicurezza nel museo e nella parrocchiale in paese.

Lucinasco Santuario della Maddalena

 

Altri luoghi da visitare:

  • vestigia del Castello dei Ventimiglia;
  • la Chiesa parrocchiale barocca (XVII sec.), artisticamente affrescata e con un monumentale altare in marmo pregiato di G. Porta e B. Stella o Organo di G. Cavalli lodigiano;
  • la Cappelletta del Monte Acquarone sul crinale che divide la Val Prino dalla Valle Impero;
  • il museo “Lazzaro Acquarone” comprendente la Sezione d’Arte Sacra con opere pittoresche e scultoree (dal sec XV al XVIII sec), la Sezione Etnografica e la Casa Contadina dedicati alla civiltà contadina.

Lucinasco, Santuario della Maddalena

Lucinasco, Santuario della Maddalena, bassorilievo

Lucinasco, Santuario della Maddalena decorazioni della facciata

Lucinasco Santuario della Maddalena, il portale d'ingresso


Lucinasco Santuario della Maddalena, portale ogivlae con architrave scolpito

Lucinasco, Santuario della Maddalena abside

Lucinasco, Santuario della Maddalena, retro


Lucinasco, Santuario della Maddalena hdr

Lucinasco, visto dal Santuario della Maddalena

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Bajardo e Bussana Vecchia, un salto nel passato dove il tempo si è fermato il 23 Febbraio 1887

Il 23 febbraio 1887 un catastrofico terremoto colpì il Ponente ligure, con danni estesi ancora a zone distanti dall’epicentro, localizzato tra Oneglia e Diano Marina.  Precedute da «un rombo somigliante al rumore prodotto da una forte aspirazione di un lungo e alto camino …» le scosse furono più d’una: due a breve distanza una dall’altra ed una terza alcune ore dopo. La prima, alle ore 6,25, ondulatoria, colpì in prevalenza gli edifici ad ampia capienza, quali le chiese che a quell’ora e in quel primo mercoledì di quaresima erano gremite di fedeli andati a ricevere le “Ceneri”. La seconda scossa, sussultoria, ed una terza, dal movimento vorticoso, avvenuta circa tre ore dopo, compirono l’opera di devastazione.
Poiché gli strumenti dell’Osservatorio di Porto Maurizio furono tanto danneggiati da uscire subito fuori scala, non abbiamo nessun dato certo sul movimento tellurico nella zona epicentrale. Questi, pertanto, vennero forniti dal grande sismografo del sistema Cecchi dell’Osservatorio di Moncalieri che rivelò, in modo dettagliato, le varie fasi della scossa, l’intensità del sisma (fra 1’8° e il 10° della scala Mercalli) e la durata (dai 25 ai 40 secondi). A Diano Marina, la città più colpita vi furono più di 500 vittime. Particolarmente colpita Bajardo, dove ben 226 persone persero la vita, di cui 202 travolte dal crollo della chiesa parrocchiale di San Nicolò che andò in rovina alla prima scossa. Bussana rovinò alla seconda scossa, molti degli abitanti si trovavano nella chiesa parrocchiale. Il crollo di una parete di fronte alla facciata della chiesa avvertì la congregazione del pericolo e in molti cercarono rifugio nelle cappelle laterali, ma un’ altra scossa sussultoria fece crollare il pesante tetto della chiesa travolgendo nel crollo 55 persone, e la quasi totalità delle abitazioni della parte alta del villaggio vengono distrutte, seppellendo centinaia di persone..

Il reportage che segue, effettuato a Bajardo e Bussana Vecchia evidenzia quanto fu devastante questo evento.

Bajardo, panorama sul borgo

Bajardo, i resti dell'antica chiesa parrocchiale San Nicolò

Bajardo, la scalinata della parrocchiale

Bajardo, i pochi resti della fortificazione medievale

Bajardo, l'interno della chiesa raggi di sole che penetrano attraverso il rosone della facciata dell' ingresso

Bajardo,croce sull'altare della chiesa di san Nicolò

Bajardo, un angolo della chiesa

Bajardo, la cappella laterale e l'accesso al campanile

Bajardo, entrando in chiesa

Bajardo, la facciata della chiesa col suo portale

Bussana Vecchia, panorama

Bussana Vecchia, oratorio di San Giovanni Battista

Bussana Vecchia, l'interno dell'oratorio di San Giovanni Battista

Bussana Vecchia, il cuore di rampicanti

Bussana Vecchia, il campanile della chiesa parrocchiale

Bussana Vecchia, l'interno della chiesa di Sant' Egidio

Bussana Vecchia, nei pressi della chiesa di Sant' Egidio

Bussana Vecchia, il borgo visto dal sagrato della chiesa

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il mare in inverno

...in secca

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Passeriformi

Pettirosso (Erithacus rubecula)

Codirosso spazzacamino (Phoenicurus ochruros)
Ballerina bianca (Motacilla alba)
Codirosso spazzacamino (Phoenicurus ochruros)
Capinera
Codirosso spazzacamino (Phoenicurus ochruros)

Photograph taken in San Lorenzo al Mare -IM- 05/02/2012

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